La scorsa settimana ho ammirato il grande Roger vincere il suo settimo Wimbledon.
Nessuno può impersonare meglio di lui lo stile di questo torneo, immutato negli anni: l’ho ammirato uscire da scambi massacranti senza neanche un ciuffo fuori posto. Gli ho visto giocare colpi, quali il rovescio a una mano e volèe interlocutorie che da quasi un decennio questi campi non vedevano più.
Poi si è presentato a ritirare il premio con il golfino di cotone candido, un po’ anni 50, e la faccia di uno che stava facendo due passi ed è capitato lì per caso. Sembrava uscito da “Il giardino dei finzi contini” o dalle pagine di un libro di Gianni Clerici.
Il fascino di Wimbledon sta in questo. Un’eleganza non ostentata, una vittoria accolta con self-control e umiltà. Certo negli anni alcune fastidiose abitudini si sono fatte largo anche qui: pugnetto e urli a sottolineare punti conquistati non rendono giustizia ad uno sport dove l’etichetta gioca ancora un ruolo fondamentale. Aspettare a servire se l’avversario non è pronto, scusarsi per un nastro o una stecca provvidenziale, concedere una palla erroneamente valuatata dall’arbitro, sono per fortuna comportamenti abituali della maggior parte dei giocatori.
Wimbledon però ha un fascino diverso, anche e grazie alla volontà di mantenere il rigore di un tempo. Così in campo i paletti della rete sono rigorosamente di legno, come un tempo. E non sono ammessi altri sponsor se non l’orologio Rolex che da sempre gestisce i tempi dei campi.
Rigorose anche le linee guida per quanto riguarda l’abbigliamento dei giocatori: deve essere “Predominantly white”, come un tempo. ne sa qualcosa la seminfinalista di quest’anno, Victoria Azarenko, costretta a coprire la t-shirt gialla con cui si era presentata su un campo di allenamento (qui i dettagli).
A suo tempo del resto anche il variopinto Agassi dovette sottomettersi a questa regola.
Nel 1990 tutti lo aspettavano al varco, sul campo centrale, abituati ai suoi eccentrici capi d’abbigliamento.
Andre e la Nike sorpresero tutti: Agassi si presentò sul Centrale interamente vestito di bianco, logo compreso. Gli inglesi si innamorarono di lui e l’anno successivo si inchinarono alla sua vittoria. (queta volta il logo era nero, ma in linea con le regole).

E devo confessarvi che a Wimbledon sono stata. Era il 2004 e grazie ad un meteo incerto, dopo una fila lunghissima (più di 4000 persone davanti a me) sono riuscita a comprare un biglietto per il Centrale. Non mi vergogno a dire che quando ho visto spostarsi i teli e apparire l’erba del campo mi sono commossa. Wimbledon è un luogo magico, il tempio del tennis, il tempio di chi ama il grande tennis.
Così ho potuto ammirare Serena Williams e Roger Federer mangiando le famose fragole con la panna.

Vorrei tornarci.