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Archive for the ‘Libri’ Category

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E’ il primo libro di Jorge Amado che leggo, e volentieri ne leggerò altri.

Il calore del Brasile, il mondo dei primi coltivatori di cacao visto con occhio attento e ironico da Amado che indugia con amore per i dettagli su quella strana società  fatta di fazienderos, di imbroglioni e mercenari. E’ una società in cui la donna è ancora relegata ai tristi ruoli di ragazze da marito, moglie cornuta, o amante mantenuta. E poi c’è lei, Gabriella,la protagonista, una giovane mulatta, dotata di una sensualità spontanea, incontenibile, capace di incantare (ma anche confondere) tutti gli uomini . Gabriella, “che semplicemente ama e divinamente cucina”, una donna solare, che ama la vita, la ama perchè c’è il sole, perchè gli uccelli cantano, perchè un gatto le fa le fusa, perchè si può ballare e cantare e girare scalzi senza curarsi del proprio aspetto. E’ una donna libera e questo fa la sua felicità. Così Amado stesso sembra prigioniero della sua magia.

“L’amore non si prova, non si pesa.
è come Grabriella. Esiste, basta questo.
Il fatto che noi non riusciamo e comprendere, o a spiegare una cosa
non distrugge la cosa.
Non so niente di stelle, ma le vedo in cielo.
Sono la bellezza della notte.»

“ Nessuna donna al mondo possedeva fuoco come lei, con quel calore, quella tenerezza, quei sospiri, quel languore. Più dormiva con lei, più aumentava il desiderio. Sembrava impastata di canto e di danza, di sole e luna, era di garofano e cannella”.

“Aveva pensato di dirglielo, quella notte, di raccontarglielo, di arredersi all’amore. Meglio così, che sospirasse e morisse per un altro, per un altro morisse d’amore. Sete Voltas poteva ripartire. (…). Ella gli strinse la mano, e si schiuse per ringraziarlo. Il suo petto scottava, il dolore di perderla, Ma era di di terra, nella mano destra l’orgoglio, nella sinistra la libertà”.

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Più di un anno fa avevo visto alcune polaroid di Robert Mappelthorpe al Whitney Museum di NY e di recente la mostra che lo Spazio Forma gli ha dedicato qui a Milano. Le foto che ho trovato più magnetiche? Sicuramente quelle scattate a Patti Smith.

Una storia davvero incredibile la loro, fatta di amore, di passione per l’arte, di fame nera. La racconta la stessa Patti nel libro autobiografico “Just Kids” che vi consiglio.

Robert e Patti si incontrano a NY, entrambi ventenni affamati e disperati. Entrambi artisti fino al midollo con la voglia di esplodere, esplorare, creare. Lei un ragnetto di donna tutta occhi ed energia, lui pallido introverso già bellissimo.
Si amano, condividono un letto singolo in una stanza sgangherata, cenano con 1 sandwich a metà. A volte non mangiano per comprarsi un libro di arte usato.
Passano le notti a disegnare febbrilmente a lume di candela con lo stesso disco che gira all’infinito. Si ispirano a tutti i grandi artisti, da michelangelo a warhol.
Al primo anniversario lui le scrive “Just you and me together. Dreaming, writing and loving each other. Love you always.”E si firma Blue Star. Si chiameranno sempre così.

Gli anni passano, frequentano il Chelsea Hotel, il locale di Wharol (sperando di conoscerlo) poi si lasciano, seguendo strade diverse sia sentimentalmente che artisticamente. Ma restano legati.
A Patti viene chiesto di preparare una mostra in una galleria della 5th Avenue. Lei accetta ma a patto di esporre insieme a Robert.
E’ un trampolino di lancio.
Nel frattempo lei si concentra sulla scrittura, poesie e canzoni. Lui si innamora della fotografia e si rende conto di piacere, tanto, a tanti.
Arriva il primo disco di Patti, che chiede a Robert di scattarle la foto per la copertina.

“L’appartamento di Sam era spartano, bianco e quasi sgombro, con una grossa pianta di avocado accanto alla finestra che affacciava sulla Quinta Avenue. Un enorme prisma rifrangeva la luce spaccandola in arcobaleni che ricadevano sulla parete di fronte a un termosifone bianco. Robert mi posizionò nel triangolo con un leggero tremolio alle mani. Scattò qualche fotografia. Abbandonò l’esposimetro. Una nuvola passò e il triangolo svanì. Mi disse: «Sai una cosa, mi piace molto il biancore della camicia. Ti toglieresti la giacca?».
Mi gettai la giacca in spalla, alla Frank Sinatra. Avevo un mucchio di riferimenti visivi. Robert possedeva luce e ombra.
«Eccola» disse.
Scattò qualche altra fotografia.
«Ce l’ho»
«Come fai a saperlo?»
«Lo so e basta»
Quel giorno scattò dodici fotografie in tutto.
Dopo qualche giorno mi mostrò i provini. «Questa è la magia» disse.
Ancora oggi, quando la guardo, non vedo me stessa. Vedo noi.”
La foto più bella della mostra di Milano.

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Io ed Anna

Ieri 5 ore di auto per rientrare da Alassio a Milano. X fortuna avevo l’audiolibro di Anna Karenina. Ho ballato, amato e sofferto con lei.

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E’ il primo libro che ho ascoltato e non letto:
L’ho scaricato sul mio iPhone e ascoltato in auto durante il tragitto casa-lavoro-casa.
Un’esperienza molto positiva.
Cosa mi è piaciuto? Il fatto di avere la parte razionale del cervello impegnata alla guida e poter così assaporare con totale apertura e potenza di immaginazione il racconto. A questo aggiungo la sensazione altrettanto positiva di investire in qualcosa di prezioso il tempo, e la calda sensazione  di quando da piccoli ci raccontavano le favole.

Ho scelto questo titolo perchè era uno di quei capolavori che non avevo letto negli anni del liceo e non ne sono stata delusa: Una prosa di grande qualità, quella di Primo Levi, che costruisce un perfetto alternarsi di fatti, pensieri, emozioni per fermare nel tempo il racconto di eventi terribili che le generazioni attuali e future non devono dimenticare.

Questa è la poesia, intensa e diretta, con cui Primo Levi apre il libro e che probailmente conoscete già tutti:

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

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Uno scrittore ed un fotografo decidono di partire per un viaggio in Patagonia, armati di un Moleskine ed una Leika.
Si muovono verso “la fine del mondo”, attraversando la steppa patagonica che “è un invito al silenzio delle voci umane, perchè la possente voce del vento racconta di continuo da dove viene e, carica di odori, dice tutto quello che ha visto”.
Ne nasce un racconto struggente, carico di malinconia e ricco di personaggi al confine tra realtà e leggenda.
Adoro i libri di Sepulveda e voglio assolutamente riuscire a visitare quella steppa sterminata “dove si sta tra la terra e il cielo”.

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Mi sento ormai una luminare in materia. A breve quindi daró alle stampe “Stress 2.0 – come togliere l’amicizia alla propria serenità in 140 caratteri”. Tag: insonnia, patatine, sovrappeso.

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Struggente, pirotecnico, sorprendente.


“Molto forte, incredibilmente vicino” ruota intorno al tema “ho così paura di perdere chi amo, che non voglio amare più nessuno”. E’ quel che accomuna inconsapevolmente tutti i personaggi che animano il romanzo, primo fra tutti Oskar, un bambino di 8 anni che ha perso il papà nell’attentato delle torri gemelle. Per istinto di sopravvivenza, più che nell’amore della mamma e della nonna, cerca conforto al suo dolore in una ricerca, quella estenuante volta a svelare il  segreto legato a una chiave che apparteneva al padre. Una ricerca che porta il bambino a percorrere le strade di new york incontrando personaggi surreali. Alla storia di Oskar si avvicendano flashback che ci riportano alla gioventù dei suoi nonni, ai tempi del nazismo. Vincenda anch’essa emotivamente complessa: “Quando avevo creduto di morire, ai piedi del ponte di Loschwitz, nella mia mente c’era un solo pensiero: “Continua a pensare”. Pensare mi avrebbe tenuto vivo. Ma adesso sono vivo, e pensare mi uccide. Io penso, penso, penso. Non smetto di pensare a quella notte, ai candelotti rossi, al cielo che era come un’acqua nera, e che solo poche ore prima di perdere tutto avevo tutto”. Ma il cuore del racconto è Oskar, nel suo essere a volte spaventosamente cinico e adulto, a volte irrestibilmente fanciullo.
E se l’acqua che esce dala doccia fosse trattata con un composto chimico che reagiscea una combinazione di cose, tipo il battito del cuore, la temperatura del corpo, le onde cerebrali, di modo che la pelle cambia colore secondo gli umori? .. Così tutti sapremmo come si sentono tutti gli altri ae avremmo più riguardo, ….. Un altro motivo per cui come invenzione sarebbe bella è che tante volte hai una sensazione forte, ma non sai che cos’è. Sono deluso? O invece ho solo tanta paura? E questa confusione modifica il tuo uomore e tu diventi confuso, grigio. Ma con l’acqua speciale potrsti vederti le mani arancioni e pensare Sono contento. In realtà per tutto questo tempo sono stato contento, che sollievo!
………..
“Perchè credi di essere qui Oskar?” “Sono qui, dottor Fein, perchè mia madre è turbata da fatto che io trovi la vita impossibile” “E la cosa non dovrebbe turbarla?” “Niente affatto. La vita è impossibile” …. “E che genere di emozioni provi?”….”Di tutto….al momento sto provando tristezza, felicità, rabbia, amore, senso di colpa, gioia, vergogna, e anche un po’ di divertimento, perchè una parte del mio cervello si ricorda di una cosa buffa che ha fatto una volta Dentifricio..”..”Cosa crediti stia succedendo?” “Che sento troppo. Ecco che succede“. “Ma credi possibile che una persona senta troppo? Non è che sente solo nel modo sbagliato?” “Il mio dentro non corrisponde al mio fuori” “Credi che esista qualcuno con il dentro che corrisponde al fuori?” “Non lo so, sono solo io.” “Forse la personalità è proprio questo: la differenza fra il dentro e il fuori.” “Ma per me è peggio“. “Temo che tutti credano che per loro sia peggio”. “Probabile. Ma per me è peggio davvero“.
Ma alla fine la trama si delinea meglio e Safran Foer sembra volerci confermare che no, non è possibile smettere di amare, neppure dopo aver sofferto tanto. E allora le ultime pagine si animano di energia, umanità, sogno. Non ve le racconto, ovviamente, perchè vorrei lo leggeste.

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